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martedì 15 gennaio 2019

Intorno alla tavola, il mondo. E Dio


L’ospitalità di Abramo, icona, inizio xv secolo, Museo Benaki, Atene.

Cattolici, musulmani e ortodossi. Argentini, eritrei, italiani, somali e pachistani. Amarico, castigliano, inglese, italiano, soomali, tigrigno, urdu. Lasagne, focaccia, sambusa, zighinì. Sapori, suoni e colori diversi, anche sulla pelle. Il gusto di stare insieme.
Questo Capodanno è andata così a Miriam-Betlemme, nel cuore di Roma. Con mezzo “pallamondo” di Ab. seduto a tavola insieme, a fare festa per il compleanno di Ay. e proprio di suo figlio Ab. La dignità della quotidianità condivisa. L’invisibile “potere” di integrazione di una cucina e della famiglia.
Il “pallamondo” di Ab.
Lingua, confine e frontiera
Le lingue ci dividono. Ma diventano anche frontiere dove l’incontro è possibile. Eritrei e somali comunicano in amarico, perché entrambe le famiglie sono state rifugiate in Etiopia. L’arabo poi le accomuna anche con i pachistani, perché è la lingua delle scuole coraniche e quella che anche i figli degli eritrei hanno imparato a scuola in Etiopia. In arabo, conversando, Ay. esprime il suo sogno dello ḥajj il pellegrinaggio tradizionale alla Mecca. Con Ta. (pachistano) e Te. (eritreo) comunichiamo in inglese. Te., che “resiste” all’insegnamento dell’italiano, è un fiume in piena, tra entusiasmo e preoccupazioni: in genere, dice, non trova persone che vogliono e possono parlare con lui, per aver in confronto e uno sfogo alla pari: lo salutano e poi non sanno che fare. Invece così si sente un po’ più uomo…
La geografia che non ti aspetti
“Ma la Libia è in Africa?”, domanda la zia (somala) di Ab., mentre guardiamo insieme il pallamondo. Chissà cosa rappresenta nel suo immaginario la Libia… Alcuni non avevano mai visto la forma della propria terra e, sebbene le abbiano sperimentate bene, non avevano mai visto con gli occhi le distanze rispetto all’Italia e ai Paesi degli altri ospiti.
I bambini che fanno ponti
Francesco (4 anni), il nostro figlio più piccolo, e Ab. (8) passano da mesi tante ore del giorno insieme. Ab. vuole andare al bagno vicino alla cucina, ma Francesco lo ferma e gli dice che no, lì non può andare. “Perché no?”, chiede Ab. “Perché questo è il bagno per gli ospiti. Quello della famiglia, è di là”.
Il piccolo Be. gattona nella stanza che usiamo per la preghiera, per condividere il Vangelo con le famiglie che vengono a trovarci. E torna con una piccola candela per trofeo. La mamma Amy (ortodossa) lo accompagna a riportare a posto la candela, entra per la prima volta nella stanza, vede la nostra icona… chiede a Luisa, che le spiega cosa facciamo lì, e poi domanda: “Un giorno preghiamo insieme? Per noi è molto importante”.
Diversi ma uniti nella preghiera
Anche Ad., la moglie di Ta., è entrata qualche volta nella “stanza della preghiera”: quando ha avuto bisogno di appartarsi per allattare la piccola Fatima. Ha capito dove si trovava e una volta ha chiesto conferma. “Sì - le dice Luisa - ogni mattina prego in questa stanza. So che anche tu preghi 5 volte al giorno nella tua". Da quel momento due donne, una musulmana e l’altra cattolica, sanno che entrambe nella stessa casa e nello stesso luogo pregano, affidando a Dio ciascuno nel suo modo le persone di cui conoscono le difficoltà. “È il cuore che Dio guarda", ha detto Ad.

giovedì 10 ottobre 2013

Il Sinodo sulla famiglia che vorrei

Mi piacerebbe pensarlo intorno a una tavola, a condividere un pasto, in cui magari ognuno ha portato qualcosa per aiutare chi ospita. Mi piacerebbe pensarlo con la presenza dei bambini, che poi dopo "vanno a giocare di là" e "i grandi" parlano. E che la benedizione prima di iniziare la proponga e la guidi una coppia di sposi.

Fantastico un po', ma solo un po'. Sto pensando al prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia - "Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell'evangelizzazione" - che si svolgerà a Roma tra il 5 il 19 ottobre 2014. Un'occasione bellissima, che mi entusiasma.







Mi piacerebbe che la famiglia e il matrimonio, per essere davvero "soggetti" del discorso, per essere protagonisti, come si scrive nei documenti, non divenissero oggetto di riflessioni e decisioni figlie solo della preoccupazione.

La questione dei divorziati risposati, urgente soprattutto per le persone che vivono questa condizione, o anche di riflesso le implicazioni di novità sul celibato dei sacerdoti, se messe troppo in cima alla lista delle priorità, rischiano di confermare uno stereotipo strisciante che non amiamo divulgare nella Chiesa: ossia che, in fondo, questi pazzi che si sposano e loro famiglie sono un po' una scocciatura, un intralcio.


venerdì 5 agosto 2011

Naturale, no?


Frugando nella mia scatola degli "spunti perduti" ho ritrovato questo articolo, scritto per "fare chiarezza sui metodi naturali" (la regolazione naturale della fertilità) in seguito alle polemiche seguite alla prima mancata pubblicazione del sussidio Youcat per i giovani della imminente Giornata mondiale della gioventù di Madrid.

foto flickr/Thomas Hawk
Ne avevo parlato a suo tempo con una coppia di amici, che qui chiameremo Bruno e Maria.

«Io e mia moglie - disse di getto Bruno - conosciamo i metodi naturali. Mi ha colpito subito una frase dell'articolo: "la coppia può scegliere liberamente e responsabilmente di realizzare il gesto sessuale in periodo fertile o meno, secondo le finalità che intende realizzare in tema di procreazione". Se decide in piena libertà di avere un rapporto sessuale nel periodo non fertile è perché (genitorialità responsabile, ndr) sente di non poter accogliere una vita in quel certo momento della vita dei coniugi e della famiglia. Non vedo altre finalità».
Maria annuisce.
«Se questo è vero e plausibile - continuava Bruno - la distanza tra i "metodi" e alcuni dei "mezzi" contraccettivi disponibili (si riferisce a una distinzione fatta nell'articolo citato, ndr), mi sembra abbastanza difficile da tracciare con precisione e, se capita, e capita in alcuni contesti e pubblicazioni, con durezza sommaria».

Insomma, consigliare e promuovere una gestione "alternativa" della vita sessuale della coppia (sposata) è cosa bella e buonissima. Mettere un limite intransigente e giuridico, però, assomiglia molto ai pesanti fardelli imposti agli altri, di farisaica memoria.

In questi casi, l'esercizio della contestualizzazione, evocato sovente in altri campi della morale cristiana, sembra non trovare applicazione.

«A volere essere stringenti, poi, nell'altro senso - disse Maria - anche i metodi naturali possono essere gestiti con una mentalità non aperta alla vita. Dovrebbero diventare per questo anch'essi non ammissibili? Domanda boomerang, lo so. Ma ormai l'ho detta».

(continua su VinoNuovo.it)

venerdì 12 novembre 2010

famiglia d'origine controllata

foto flickr/Pink Sherbet Photography
La famiglia è in crisi. Lo sentiamo dire spesso e volentieri.
Cerchiamo, se possibile, per un momento, di mettere a latere il dibattito su matrimonio e coppie di fatto. E con questo anche le inadempienze della politica sul tema.

Quando si evoca "la famiglia" e poi la  sua tutela e promozione, nei dibattiti politici e televisivi, nelle paginate dei giornali e, mi viene il dubbio, anche da qualche pulpito e in certe grandi adunate, di che parliamo esattamente? Che oggetto di indagine si ha davvero davanti agli occhi?

Mi torna alla mente una notiziola di qualche tempo fa: l'associazione degli avvocati matrimonialisti italiani rese noto che tra i procedimenti affidati ai loro associati spiccava tra le cause di separazione quella dell'ingerenza delle famiglie di origine (mi pare, con un dato superiore al 30%). Una recente rilevazione Istat ci fa sapere che il 20% delle separazioni/divorzi sarebbe colpa "dei suoceri". Allargo il campo solo en passant - vista l'indigestione di gossip che si fa sull'argomento - ricordando la mole di delitti che si perpetuano entro i confini della famiglia e di quella allargata in specie.

Almeno da un punto di vista ecclesiale però, io - da "cattolico praticante" - mi sento di dire che non possiamo permetterci la "confusione" tra la famiglia in senso proprio, quella che si forma col matrimonio di una coppia, e la famiglia allargata.

Negli stereotipi noi siamo la nazione della mamma e dei figli "piezz' 'e core". Ma pure degli zii, dei cugini, e delle cugine, del cognato e della sorella della nonna. Un microcosmo che si rivela talvolta claustrofobico e ambiguo, e più spesso di quanto si sia soliti ammettere.

Si potrebbe dire che si tratta di una confusione giustificabile, in Italia. Ma solo se ci limitiamo all’osservazione sociale e politica, perché la "famiglia allargata" è oggettivamente un perno del sistema di welfare, per esempio. Altro poi è stabilire se questo è sempre bello, buono e naturale e quando invece è sintomo di una patologia.

Accolto il dato – questo pacchetto di relazioni, benedette e maledette a seconda delle circostanze e dei progetti di vita – trovo però davvero importante cominciare a mostrare con maggiore decisione, nei percorsi educativi e formativi, che il centro dell'attenzione deve essere la coppia e quindi il matrimonio: moglie e marito. I figli, poi, se e come vengono. Non la famiglia “core de mamma”.

Se non rafforziamo, difendiamo e promuoviamo ogni “nuova famiglia” – con grande cura verso i due sposi, la loro crescita e la loro libera maturazione e, possibilmente, ben prima del matrimonio – rischiamo di avvalorare un modello che in fondo tende quasi a temere e a delegittimare la scelta di sposarsi: due persone mature e libere che si amano e decidono di metter su la loro famiglia, pur nel rispetto e nella gratitudine verso mamma e papà (nonni, zii e consanguinei vari), possono diventare una minaccia per la tenuta e l'autodifesa della famiglia allargata, quella “vera”.

E in questo modo diventano anche una minaccia per quel modello "familistico" che ritroviamo geneticamente modificato in altre forme sociali e che abbiamo imparato a definire "corporativismo" o addirittura “familismo amorale”. Modelli di relazioni che trovo molto lontani da quelli che i cristiani dovrebbero promuovere e perpetuare, in vista del progetto salvifico di Dio per ciascuno e per l'umanità tutta.

martedì 19 gennaio 2010

La sterilità può essere feconda?


“Signore perché proprio a noi?” Questa è la domanda che scaturisce dal cuore dei coniugi che si trovano a dover affrontare il problema della sterilità. “Dove sono i figli che Dio vuole donarci?” In una società in cui il figlio è un diritto, la sterilità diventa un male incurabile…

Marco Griffini (genitore adottivo e fondatore insieme con la moglie Irene Bertuzzi di Ai.Bi., Associazione Amici dei Bambini, di cui è ancora oggi presidente) scrivono un testo (Sterilità feconda: un cammino di grazia) che rivoluziona il pensiero comune e ci apre gli occhi per farci vedere in modo del tutto diverso la sterilità. A partire dal racconto di storie di vita vissuta e da riflessioni su alcuni personaggi biblici (Sara, Rachele, Anna), l’autore ci guida alla riscoperta della sterilità che diventa fecondità attraverso la Grazia.

Infatti, soltanto quando gli sposi si rendono conto che è proprio attraverso il dono della sterilità che sono chiamati a vivere la loro fecondità, la sterilità diventa Grazia, e i coniugi si sentono chiamati da Dio a collaborare alla realizzazione della creazione attraverso l’adozione. Le coppie sterili sono chiamate ad accogliere la vita di chi, essendo già nato, sta sperando di rinascere a nuova vita per diventare finalmente un figlio amato, per essere salvato dall’abbandono. Attraverso l’adozione si riesce a vivere una diversa forma di fecondità che sfocia nell’accoglienza di un bambino destinato dalla Provvidenza "proprio a noi".


(sullo stesso tema anche: "La fecondità degli sposi oltre la fertilità")

mercoledì 21 ottobre 2009

non c'è tempo

Spesso si parla di "liturgia del pannolino". É un modo di dire per intendere il tempo ricavato per la preghiera delle coppie con bimbi. Quelle continuamente prese dai mille impegni, affaticate dalla stress gironaliero, quelle che ad un certo punto si fermano e dicono:

- Ci piacerebbe fare...
... Ma non c'è tempo!

A questa riflessione il poeta e critico letterario, Giovanni Casoli, nell'incontro di apertura dell'anno associativo 2009-2010 degli adulti di Ac di Roma, risponde:

- Sai se vivrai tra 5 minuti?

Ecco la scusa di non aver tempo è una scusa da bambini.
Il tempo dei cristiani è quello del Risorto, si confronta con l'Eternità, quindi è vero: il non c'è tempo è una scusa.

Però occorre saper discernere per qualificare il nostro tempo. Penso siano in questo illuminante la citazione di Casoli di T. Eliot in Quattro quartetti, con la quale il nostro relatore a concluso l'intervento: "Comprendere il punto di intersezione del senza tempo col tempo è un'occupazione da santi".

Occorre saper riconoscere l'incontro tra il tempo che scorre e l'evento che arricchisce, infondo come ha saputo fare Zaccheo, che nascosto dalle fronde del Sicomoro ascolta le parole di Gesù:

- Zaccheo scendi presto, perché oggi devo femarmi a casa tua" (Lc. 19,5).

Lui "lo accolse con gioia". Ecco accettare un ospite inatteso nella propria casa, magari in disordine, magari senza sapere cosa c'è in frigo, magari quando c'è da accompagnare in piscina i bimbi, beh, non è comodo. Ma è santo.

Andrea
Commissione Famiglie AC di Roma

(L'immagine è presa da http://www.galassiaarte.it/Images/Dipinti/alessandra_de_pasquale/L'albero%20di%20Zaccheo.jpg)

venerdì 28 agosto 2009

Qui comando io


Michel de Montaigne: "Governare una famiglia è poco meno difficile che governare un regno".

Meno difficile???????









(Foto da Flickr/
AlphaTangoBravo/AdamBaker)

giovedì 18 giugno 2009

il mio papà si chiama Ufficio

Sto giocando con mia figlia Teresa nel mio ultimo "pomeriggio del papà" dell'anno (mia moglie sta frequentando un corso di formazione).

Lei è la mamma dei suoi 4 figli/bambolotti e io sono (se ho capito bene!) il maestro dell'asilo a cui lei affida i bimbi "mentre va al parco a giocare"... vabbè...

Comincia a dare i nomi a tutti i protagonisti del gioco.

A un certo punto, si re-immedesima nel ruolo di figlia e dice: "E il mio papà si chiama... Ufficio!". Argh!

(potrebbe essere la seconda puntata del post precedente)


(foto di Kevin N. Murphy/flickr)

giovedì 28 maggio 2009

45 minuti al giorno

"La famiglia esiste 45 minuti al giorno".

Titolo in prima pagina su La Repubblica di oggi.

L'articolo (che potete leggere qui) riferisce di uno studio inglese che denuncia: sempre meno i momenti condivisi. Troppi impegni, tutti insieme solo a cena o davanti alla tv.

Anzi no: "Con la moltiplicazione dei televisori in casa, anche la prassi del 'tutti sul divano' è in crisi". Cioè anche la sigla dei Simpson - con tutti che corrono per piazzarsi esattamente sul divano davanti al tv - va riscritta. Che tempi!


E voi? Quanto tempo state insieme con la vostra famiglia?

giovedì 21 maggio 2009

senza (più) parole

Roma. I municipio. 161esima su 191. Miriam Sereni.
Per il quarto anno consecutivo (leggi qui, per capire la questione nel mio caso) niente asilo nido per i miei figli. Nessuno dei tre ha avuto questo "privilegio", eccettuato il primo, Pietro che ha strappato uno Spazio BeBi pomeridiano da metà anno.

Alemanno! Ma come? Quoque tu!.... Ma non eri uno di quelli che... la famiglia, i nuclei a basso reddito etc etc?

(S. Francesco dammi la pace! ... Perfetta letizia, perfetta letizia, perfetta letizia...)

mercoledì 4 marzo 2009

La famiglia Vittimisti

(dal blog di Alessandro Iapino)

Ancora sul "fare" la vittima e sul libro di Giacobbe (vedi il post del 3 marzo).

Tu dici: non mi riguarda, io non sono una vittima nè "faccio" la vittima. Va bene, ci credo. Allora sicuramente non ti ritroverai in nessuno degli esilaranti ritratti disegnati dall'autore, in quella che è descritta e raccontata come una vera famiglia, la famiglia Vittimisti.

Si parte dalla «nonnina», la «vecchietta», perchè «l'abilità del vittimismo cresce con il crescere dell'età e raggiunge il massimo nella vecchiaia». «Vecchiette e vecchietti incapaci di colpire una mosca con un bazooka - scrive Giacobbe - tengono per le palle intere famiglie». Come? «Lamentandosi. Facendo le vittime». «Più gli altri sono buoni, onesti, generosi, più tu, con il vittimismo, ne fai quello che vuoi».

Il figlio della nonnina è Ipocondriaco. La «maledizione del medico della mutua», non ha passato giorno della sua vita senza lamentarsi di essere ammalato di qualche cosa. Ha la casa piena di medicinali. «Vive con il termometro piantato nel culo». Il suo sogno è vivere in un ospedale, nutrirsi con le flebo e svuotarsi tutti i giorni l'intestino con un enteroclisma. Le supposte sono la sua modalità di farmacologica preferita, secondo lui «la più grande invenzione umana dopo la ruota».

Ipocondriaco ha una sorella: Salutista. Ovviamente vegetariana, è contraria agli Ogm e mangia solo "bio". Non va con gli uomini per paura delle malattie. Lava le mani almeno dieci volte al giorno. Respira in casa aria depurata. «Nel testamento lascia detto di disinfettare accuratamente la bara».

Ipocondriaco e Salutista hanno un figlio (ovviamente con l'inseminazione artificiale). Si chiama Lamentoso. A scuola, all'università, al militare, al lavoro, il giorno del matrimonio. Ovunque trova modo e occasione per lamentarsi. Si lamenta del fallimento della Parmalat, anche se lui non ha comprato nemmeno un'azione. Si lamenta del Centro e dei partiti estremisti, del Centro-sinistra e dei sindacati. L'importante è per lui lamentarsi. Il lamento è vita.

Suo fratello è Incontentabile. Mentre Lamentoso si limita a lamentarsi ma poi ingoia tutto, lui non ingoia niente. Rifiuta. È una protesta continua.

Lamentoso e Incontentabile hanno una sorella: Crocerossina, pronta a sacrificarsi fino al martirio, si sposa e partorisce 4 gemelli: Pauroso (appena nato devono praticargli la respirazione artificiale perchè ha paura di respirare; al matrimonio non si presenta per paura che non si presenti la sposa), Tappetino (chiede scusa a tutti), Tradita e Catastrofica (non si accontenta di ergersi solo lei a vittima. Vuole coinvolgere tutto l'universo).

Tappetino e Tradita fanno un figlio: Imputato. Si sente accusato di tutto, anche se nessuno gli dice niente. Chiunque lo guardi lo reputa colpevole.

Anche Catastrofica e Pauroso fanno un figlio: Atlante. Il «componente più commovente e cretino della famiglia Vitimisti». È quello che si porta il mondo sulle spalle. Non dorme perchè pensa allo Tsunami, al Darfur, ai bambini dei Biafra, ma anche all'assistenza sanitaria e la previdenza sociale per le prostitute, ai gay, alle minoranze. Come molti dei suoi parenti muore suicida. Vorrebbe impiccarsi a una trave ma, ovviamente, anche la trave gli cade addosso...

E poi ancora nipoti e pronipoti: Insicuro, Ansioso, Depresso, Sospettoso, Infelice, Smarrita, ecc... Sono tanti, ma una caratteristica li unisce tutti: la paura. Al fondo di tutti i Vittimisti c'è la paura.

Sicuro che non sono parenti?

martedì 24 febbraio 2009

vuoi sposarti? Separati!

"Ogni divorzio comincia con un matrimonio", dice alle coppie in procinto di sposarsi don Lorenzo-Flavio Insinna nel recente film Ex, "messo all'indice" dagli organi preposti della Cei.

Non ho visto il film. E non posso che prendere atto delle motivazioni delle critiche della Conferenza episcopale. Però... estrapoliamo la frase dal contesto e diamogli un senso che forse non voleva avere: ogni divorzio è spesso frutto di un matrimonio "costruito" male dalle fondamenta.

E andando alle fondamenta e rivoltando la frase, possiamo con certezza dire che ogni matrimonio nasce da una separazione. Una separazione che segna la nascita di una nuova famiglia. Un separazione che, in una prospettiva non necessariamente solo religiosa, genera "lo spazio del sacro" (sacro = separato): lo spazio dell'amore, da alimentare ogni giorno, lo spazio dei due sposi (bambini, per favore, solo mamma e papà, grazie!) e che, per i cristiani, è anche lo spazio in cui si inserisce la Terza presenza, Gesù.

Ma separarsi da cosa, di grazia? Per esempio, e tocchiamo qualcosa che in Italia, anche in ambito cattolico, sembra quasi un tabù, "separarsi" da mamma e papà. Tutti - anche non credenti - conoscono il testo del Genesi (Gn 2, 24 - "Per questo l`uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne") che è abbastanza chiaro in merito. Ma andiamo oltre.

Alcuni dati dell'associazione matrimonialisti italiani mostrano che circa il 30% delle separazioni è dovuto come causa principale all'ingerenza delle famiglie di origine.
Sarà il caso di rifletterci, anche in un'ottica pastorale.

Non si tratta di "rompere". Ma di uscire davvero dalla casa paterna e materna e trasformare la relazione con i genitori, uscendo dalla prospettiva dei figli per cominciare a prepararsi a quella dei padri e delle madri.

In una catechesi sul quarto comandamento che mi ha particolarmente segnato, si ripropone un'esegesi di quella Parola di Dio che suona così: "onorare" il padre e la madre, significa (dalla traduzione corretta dal latino) "dare il giusto peso" a mamma e papà... l'ubbidienza si deve solo a Dio.

Se non lo facciamo, se non ci incamminiamo su questa strada di "separazione" non saremo mai pienamente sposi e genitori. Né figli liberi, maturi e grati di quanto ricevuto.

(foto di dboy/flickr)

mercoledì 17 dicembre 2008

verso la nuova famiglia

"La nuova famiglia che esce sia dalle Scritture che dalla domanda sociale, non è la famiglia isolata, chiusa nel proprio appartamento, e nemmeno la famiglia che carichiamo dei nostri idealismi e dei nostri dover-essere, per ritrovarci sempre di nuovo smarriti nella pretesa (non solo nostra - dei cristiani, ndr - ma di tutto il sistema sociale che prima svaluta la famiglia, poi le chiede onnipresenza e onni-supplenza) di tirarci su tirandoci i capelli da soli".

Vi consiglio un bel regalo di Natale, La famiglia nel giardino delle Scritture, dei coniugi Gilberto Gillini e Mariateresa Zattoni, molto noti in ambito ecclesiale (ma mai abbastanza sponsorizzati in alto, secondo me...). Un regalo per tutti, credenti e non (fidatevi!). Soprattutto, per sacerdoti e religiosi che hanno davvero a cuore le famiglie e il matrimonio.

Una breve ma piacevolissima immersione in un libretto in cui finalmente - unendo, con la lunga esperienza personale e "sul campo" degli autori, scienze sociali e conoscenze bibliche ed esegetiche - si parla di coppia, di famiglia e di matrimonio dal punto di vista giusto: quello di due sposi. Nella pur lunga bibliografia spirituale sui temi "famiglia", "matrimonio" etc non è da poco...

La dignità e la missione del sacramento del matrimonio (ancora poco valorizzate, sia dal Mondo che nella Chiesa); la ricchezza e l'ampiezza della relazione tra due persone; le sfide poste dal rapporto con i figli e con le famiglie d'origine; il ruolo nel mondo e nella quotidianità... Tanti brevi ma puntuali spunti di meditazione e riflessione, in cui i soli maestri in cattedra sono il Maestro, Gesù, (tramite un'esegesi delle Scritture che valorizza il punto di vista di due sposi) e la vita quotidiana della coppia (letta secondo le più "laiche" scienze disponibili, dalla psicologia all'antropologia).

Ragione e fede si incontrano davvero affinché la coppia e la famiglia escano dai propri orti chiusi (il chiuso della casa, della relazione avvitata su stessa, delle relazioni con la famiglia d'origine non ancora liberate dal Vangelo, ma anche l'orto chiuso della "parrocchietta" e di un'idea della fede cristiana e delle Scritture ritagliata a proprio uso e consumo) per tornare a "camminare con Dio" nel giardino della sua Parola.

E come sottolineano gli autori, la Scrittura non è però solo per le famiglie "regolari", le brave famiglie cristiane, che rischiano di trattenerla come preda e assicurazione.

Il giardino che Dio aveva pensato per noi (e con noi) è molto più accogliente dei nostri orticelli.

giovedì 11 dicembre 2008

Di buona famiglia




"Generalmente le buone famiglie sono peggiori delle altre" (Anthony Hope)


Generalmente, per carità.


(foto da flickr/eric.surfdude)


martedì 11 novembre 2008

il delitto perfetto non esiste

Quante volte nella coppia, l'uno o l'altro (in genere, lei, se posso osare), lamentano una "mancanza di complicità"? Quante discussioni e delusioni a causa di questa sensazione?
E che cosa è poi davvero la complicità in una coppia?

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in questo articolo, anzi, all'inizio solo nel titolo di questo articolo. Siccome è un tema abbastanza ricorrente in alcune nostre discussioni, l'ho girato a mia moglie per posta elettronica. Per noi si è rivelato una riflessione interessante.

Una mia nota di carattere generale: credo che uno dei più grandi servizi che ciascuno possa fare a un altro in una relazione - oltre a imparare ad accogliere il suo "mondo" - è quello di aiutarlo a entrare nel proprio, a percepire il proprio mistero come una risorsa e non come una minaccia o un giudizio. Sempre che entrambi lo vogliano davvero, verso una meta comune...
Ovviamente, questo vale ancor più nella vita di coppia.

Insomma, essere "complici" significa sentire sempre e subito lo stesso "friccicore ar core" di fronte a una situazione o a una scelta? Significa che o si è complici o non lo si sarà mai? Domanda aperta.

(foto flickr/aussiegall)

mercoledì 29 ottobre 2008

acchiappa il bonus

Il bonus bebè della Regione (500 euro) scade il 12 dicembre (ma ci sono notizie discordanti). C'è il suo modulino, ci sono la carta e i certificati da allegare, la gitarella alle Poste o all'ufficio di competenza per presentare la domanda...

Ci sarebbe anche il bonus comunale per chi paga un affitto: modulino, carte, gitarella... etc. Idem per la riduzione o l'esenzione dalla tassa sui rifiuti.

C'è anche l'assegno di maternità (o di nascita) da chiedere al Comune, ma che paga l'Inps... modulino, carte bla bla bla.
C'è poi (nel mio caso) l'assegno al nucleo familiare (da non confondersi con gli assegni familiari statali per i lavoartori dipendenti) per chi ha 3 figli minori: stessa legge, ma questa domanda va fatta direttamente all'Inps.
Stesso cavolo di modulino, più o meno stessi documenti allegati, gitarella (magari a un Caf, se potessi fidarmi almeno di loro) etc etc.

Per le famiglie più masochiste (sorrido) la Regione Lazio quest'anno offre un assegno anche per i nuclei con almeno 4 figli... per maturare i diritti a questo dovrei fare un altro sforzettino... ma chi me lo fa fare?

Sì, perchè un padre di famiglia che ha il diritto di chiedere queste cose - quindi, se non bara (all'italiana), benissimo non se la passa - per riuscire a stare appresso a questo delirio dovrebbe smettere di lavorare e andare in giro a rincorrere i (preziosi) bonus.

I miei dati fiscali e anagrafici sono sempre i medesimi e sono pubblici.

Un giorno vorrei poter ricevere (a casa?) quello che mi spetta da ogni canale e non doverlo rincorrere. O almeno poter fare un'unica domanda.
Questa sarebbe una "politica per i nuclei familiari".

Cari amministratori e politici, smettete di far finta di discutere di politiche per le famiglie solo prima delle elezioni. Non dateci i bonus. Dateci un welfare "a prova di famiglia".

ps. co' tutte ste foto di piedi, mi sa che ho iniziato un blog feticista!

(foto flickr/luiginter)

giovedì 16 ottobre 2008

questo santo matrimonio


"Questo santo matrimonio. Lo chiamano santo perchè conta tanti martiri".

Comincia così l'avventura di motividifamiglia.

Questa epigrafe anonima campeggia a tuttoggi nella cucina della casa in cui sono cresciuto, quella dei miei genitori. Mi ha sempre colpito.

Sa di amara battutaccia conviviale da "sposi disillusi".
Ma oggi la leggo - pur con un sorriso consapevole - in un'altra ottica: il matrimonio è davvero santo (spazio privilegiato/separato per l'incontro concreto con il Dio di Gesù Cristo); e, davvero, conta tanti martiri (testimoni, testimoni di un Amore di cui la coppia è icona privilegiata, ossia quello di Dio Trinità).

Non vi spaventate del "cattolicese". Avremo tempo di spiegarci se vorrete. Questo vuole essere un blog laico e accogliente. D'altra parte il matrimonio è stata la risposta che ho scelto per rispondere sempre più pienamente alla mia vocazione di figlio di Dio.

Dunque, un blog scritto da sposi cristiani (...vorrei che nell'avventura si unisse qualche amico/a).

Sposi cristiani che sono convinti di almeno due cose:
  1. che la famiglia è una risorsa tanto "dibattuta" quanto ancora poco esplorata e valorizzata nella società e nella mia Chiesa.
  2. che il matrimonio è un sacramento dalla dignità e dalla meraviglia da riscoprire, soprattutto (pensa te!) nella vita della Chiesa cattolica. Una realtà, incarnata nella coppia degli sposi, che merita di essere "soggetto" e non più prevalentemente "oggetto" di attenzioni, politiche piuttosto che pastorali, sociali o spirituali.
Cominciamo!

(l'immagine a lato è l'Icona della Trinità di Rublev: una delle "icone" della Trinità è il matrimonio, l'icona della Trinità è quella che meglio spiega il matrimonio cristiano)