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martedì 8 aprile 2014

le parole che non ti ho detto


Con quali parole i cristiani (cattolici) proclamano la bellezza del matrimonio e, quindi, annunciano questa buona notizia?



Dice intanto il mio amico Gilberto Borghi, cui ho rubato quest'analisi, che nei testi del Catechismo della chiesa cattolica su matrimonio e sessualità "su più di 11 mila parole, quelle che più ricorrono, scontando quelle ovvie visto il tema (sposi, matrimonio, Dio, Gesù, Chiesa, Padre - Madre), sono le seguenti: amore (81 volte); vita (54); castità (37); fedeltà (37)". E in pole position ci sono anche "dovere (47)" e "regole (37)".

Capità poi che tra "quelle che ricorrono di meno" ci siano per esempio "felicità (1 sola volta); gioia (2); perdono (3); tenerezza (4)".

Otto volte compare la parola "piacere", di cui 5 in senso in senso negativo.

Al concetto di piacere sessuale si dedicano 58 parole su oltre 11.000, appena lo 0,5%. Eccole: “Il Creatore stesso ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro. Tuttavia gli sposi devono saper restare nei limiti di una giusta moderazione”.

E il Catechismo già dice di più e meglio delle parole pruriginose oppure "rassegnate" e cinicamente pragmatiche sul matrimonio e sulla "crisi della famiglia" che mi è capitato di leggere e ascoltare da alcuni cattolici, laici e religiosi.

Come facciamo a proporre la bellezza del matrimonio cristiano senza usare tutte le parole che lo rappresentano?
Se per qualcuno gioia, felicità, piacere e tenerezza non sono parole chiave di questa realtà così forte e bella, insomma, "Houston, abbiamo un problema!".

mercoledì 8 gennaio 2014

perché il Battesimo

"Non è la nostra cultura o la nostra dirittura morale che fanno di noi dei cristiani, ma il contrario: è riscoprire ogni giorno il battesimo che ci permette, come conseguenza naturale, di vivere in modo moralmente ordinato e coerente. La chiamata alla santità, infatti, non ci richiede di essere 'buoni', ma di disporci a cambiare, per rivolgerci verso Dio"

Ci sono alcuni buoni motivi per cui ho letto volentieri e segnalo il libro di Matteo e Roberta Lariccia, Perché il battesimo. Secondo mamma e papà (ed. Effatà, con la prefazione di Luigi Accattoli).


Perché sono amici ritrovati e riscoperti per vie "imperscrutabili". Anche quelle del web.

Perché presentano il battesimo in modo semplice e scaturito da un'esperienza concreta.

Perché si avvale, sia nello scheletro narrativo che nella simbologia, dei tempi e del linguaggio della liturgia, rivalutandone e facendone riscoprire il senso; perché la liturgia, appunto,non resti nell'immaginario di tanti come una coreografia della religione o come un apparato lezioso di oggetti e vesti sacre.

Perché fanno vedere che cosa nasce dal matrimonio - che "genera" in tante forme - e quale forme può assumere il servizio specifico degli sposi alla Chiesa e alla società: il "ministero della coppia", ministero unico nella sua natura e forma, per ciascun coniuge e ciascuna coppia.

Infine, perché Matteo (e Roberta) proverà a collaborare a questo blog in questo anno dedicato al Sinodo della Chiesa sulla Famiglia. Grazie!

mercoledì 27 novembre 2013

Con la forza della tenerezza

Arrivano da tutta Italia alla Casa della Tenerezza. Mentre con mia moglie ero lì in visita, abbiamo incontrato una coppia che aveva fatto 600 km per una sosta di 24 ore. Erano in difficoltà, al limite della rottura: lei chiusa a riccio, all'ultimo stadio; lui angosciato e teso. Quelle facce e quegli sguardi, quei corpi irrigiditi, li conosco. Ci sono passato.
Gli hanno parlato di questo posto e ci hanno provato. Alla partenza li abbiamo visti sorridenti, più leggeri. Speriamo che il ritorno a casa sia stata una vera ripartenza.





Su questa collinetta proprio poco sotto a Perugia, da dodici anni ne risuonano a centinaia di storie di coppie, ricche e rigogliose o durissime e in bilico. O anche tutte e due insieme. Secondo don Carlo Rocchetta - che ha messo su e anima la Casa in comunità con nove coppie di sposi - sono circa 1.200 le persone che si avvicinano a vario titolo ogni anno.

giovedì 3 gennaio 2013

il matrimonio in un sussurro

La cucina è il luogo dove io e mia moglie ci prendiamo dei momenti di confronto e dialogo.

La casa non è grande ma i bimbi sanno che stiamo parlando e che non devono entrare o chiedere per qualche minuto.

Siccome siamo due tipi "fumini" e turbolenti, la cucina è anche il luogo delle nostre discussioni e delle nostre litigate più rumorose, purtroppo.

Qualche giorno fa, in uno di questi momenti di nostra rapida intimità domestica, entra la piccola e, mentre siamo lì da un po' con fare affettuoso, non dice nulla e si siede sulle mie ginocchia. Mi prende la testa con le manine e sussurrandomi nell'orecchio dice: "Quando vi arrabbiate, ricordatevi il vostro matrimonio, e poi così potete abbracciarvi e fare pace". E se ne va.

Amen.

mercoledì 5 ottobre 2011

Enrico, Desi e il "ministero di coppia"


Il modo più bello che ho per ricordare oggi e far conoscere ad altri, nell'anniversario della sua morte, Enrico Ceccarelli è riportarvi - da un articolo uscito sui Popoli e missione nel 2006, che invito a leggere - uno dei "suoi" temi, uno dei pensieri che ho ascoltato spesso dalla sua viva voce e che ho negli anni fatto mio. E che custodisco come un'intuizione, una visione preziosa.

Enrico era un uomo normale con difetti e limiti come tutti, ma dalla sua vita emerge prepotente una santità laicale e quotidiana che amiamo far conoscere.

ESSERE COPPIA
Per chi li ha conosciuti sa che non era mai possibile nominare l’uno senza l’altra. Con la riscoperta della fede Enrico e Desi riscoprirono anche il senso del matrimonio cristiano e i quattro comandi che Dio dà alla coppia nei primi tre capitoli del Genesi, sono stati vissuti in pienezza da loro due insieme. Enrico si sentiva profondamente cristiano, discepolo di Gesù, nella scelta e consacrazione matrimoniale (così la chiamava) che aveva fatto con Desi. Alla proposta fattagli un giorno perché lui diventasse diacono, così scriveva: «È un onore grande che mi sia stata fatta questa proposta per l’ineguagliabile servizio che il diaconato svolge, ma io leggo la mia storia a partire dall’essere coppia con Desi, non lasciando in ombra nessuno dei due membri. La nostra conversione è stata di coppia. Il servizio ecclesiale al Cotone (nel quartiere delle acciaierie di Piombino, ndr) e ora a S. Bernardino (parrocchia di cui era stata affidata la cura a Enrico e Desi, e dove Desi vive e opera ancora), così come quello sociale e di accoglienza, è stato di coppia. Far parte del Centro Fraternità Missionarie e partire per il Mozambico è stata ancora una scelta e un impegno di coppia. Non sarebbe forse bene riconoscere e valorizzare di più il “Ministero di coppia”, tentando strade che costruiscano la pastorale ordinaria non solo attorno a un prete, ma anche a una famiglia, che è chiesa domestica? In una chiesa che si propone come “Comunione di Comunità” o “Famiglia di Famiglie”, il ministero di coppia avrebbe una grande potenzialità nel contribuire a realizzare questa visione di chiesa». Quanta passione metteva parlando di queste cose! Erano coppia in profonda sintonia e comunione e proprio per questo coppia continuamente aperta e accogliente, coppia anche oggi nella separazione perché Enrico sembra “aver gettato il suo mantello” su Desi che con forza e coraggio continua il cammino di fede, apertura, accoglienza. 
Enrico mi ha voluto bene. Senza giudicarmi. Questo non lo scorderò mai.
Era un uomo senza retorica, ma nei suoi occhi appassionati ho visto l'amore di Dio per me.
Grazie, Enrico!

ps. un abbraccio grande a Desi - che continua ancora il servizio cominciato con Enrico nella parrocchia di S. Bernardino a Piombino, a loro affidata in assenza di presbiteri - e ai suoi figli.

lunedì 5 settembre 2011

40 anni

foto flickr/19daviz79
"Questo mistero è grande".

40 anni insieme, nel matrimonio.

Cari mamma e babbo, grazie...

Oggi c'è bellezza e gratitudine nel mio cuore.

giovedì 21 aprile 2011

Solo alla fine



"Penso che le parole che ti dissi il 14 gennaio, le capirò davvero solo alla fine".

Così la moglie al marito, parlando al telefono un giorno qualunque, dieci lunghissimi anni dopo quel 14 gennaio in cui si sposarono.







lunedì 7 marzo 2011

Buoni motivi per divorziare


"Si trovano sempre dei buoni motivi per divorziare. Basta che vi sia la buona volontà"

(Johann Nestroy)

Il matrimonio gode da sempre di pessima fama (anche dentro la Chiesa: quanti santi "malgrado il matrimonio"). Ma ho imparato a non scandalizzarmi per le critiche, soprattutto quando sono intelligenti (cioè vere) o divertenti: ci dicono sempre qualcosa che noi non vogliamo vedere o fatichiamo a prendere sul serio ovvero tendiamo a minimizzare.

Questa battuta ad esempio è molto simpatica e "seria". Non è difficile trovare "buoni motivi per divorziare" o buonissimi motivi per lamentarsi del proprio coniuge, riversando su di lui o lei la delusione delle nostre aspettative "personali". L'altro, alla lunga, rivela tutti i suoi limiti (cioè si rivela semplicemente come essere umano) e non è mai "quello che ci aspettavamo". E non è mai una scoperta felice.

Allora "basta" davvero un po' di "buona volontà" per divorziare. Al contrario, per stare insieme - senza farsi male - ci vuole molto di più: consapevolezza e duro lavoro su di sé, sui propri limiti, infantilismi, proiezioni, rispecchiamenti; consapevolezza e responsabilità dei propri desideri, del progetto di vita personale e coniugale; e poi fiducia "nel santo viaggio" (cioè fiduciosa consapevolezza che il percorso coniugale è per la mia crescita/salvezza), abbandono, speranza.

Come si vede, stare insieme "per tutta la vita" non è proprio una casa facile, e tutt'altro che "naturale". Questa, forse, è la provocazione maggiore della battuta di Johann Nestroy. Noi che siamo abituati a parlare dell'istituto naturale del matrimonio (e del diritto naturale) dovremmo forse riflettere maggiormente su questo: in natura il matrimonio non esiste, in natura esiste l'accoppiamento, tra gli animali.

Tra gli uomini esiste invece senz'altro - tradizionalmente - l'istituto giuridico del matrimonio. Ma il matriomonio "per amore" è invenzione recente. E il matrimonio "nell'amore" è tutt'altro che naturale, è quasi "contro-natura". E' un'opera d'arte - mi viene in mente una scultura - che richiede duro lavoro di scalpello e profonda, continua "ispirazione".



giovedì 7 ottobre 2010

7 ottobre, un anno in più

"Ha suscitato per noi un Salvatore potente" (dal Magnificat in Luca 1).

Pfui! Ce l'abbiamo fatta, un altro anno è andato... Incredibile, mai scontato, traballante eppure "indissolubile".
Che "mistero grande", come dice san Paolo.

Siamo arrivati a 9 anni di matrimonio, tre figli (e tre case cambiate, chiosava mia moglie stamattina)... "Tre crisi grossette", ho aggiunto io, ammiccando, per completare la cabala del 3.

7 ottobre, Beata Vergine del Rosario, mai data fu meno programmata da due sposi e più densa di senso, riguardandola indietro dopo anni.
Quel giorno il Vangelo era lo stesso di domenica scorsa: il granello di senapa e i servi inutili. Siamo ancora in ascolto di quella Parola.
Speriamo di custodirla sempre.

Grazie. E grazie a te, Luisa.

(foto flickr/Luna*--)

mercoledì 24 febbraio 2010

Provocatori


Per provocare, che brano proporreste? - chiede la giornalista al cantante Elio delle Storie Tese.

- La storia di un marito e una moglie sposati da trent’anni, che si amano e hanno figli educati.


Da un'intervista sul Fatto quotidiano, a proposito di Sanremo, principi filiberti, appalti truccati, scandali sessuali e terre dei cachi.



(Foto da LFickr/creativecommons/CORIEN)




lunedì 22 febbraio 2010

Don Chisciotte


Credere nel matrimonio oggi - sarete d'accordo - è un po' come combattere contro i mulini a vento.













(Don Chisciotte e Ronzinante, dipinto di Honerè Daumier, da Wikipedia)

giovedì 28 gennaio 2010

Sovversivi


«Mettere al centro la crescita personale, la relazione coniugale, è una rivoluzione culturale. La cosa più rivoluzionaria, più sovversiva che si possa immaginare».

E’ uno dei passaggi conclusivi dell’intervista al poeta e filosofo Marco Guzzi, marito e padre di tre figli, pubblicata sul sito dell’associazione Darsi pace e dedicata al tema della coniugazione dei sessi, “coniunctio” la chiama Guzzi.

Perché è cosi difficile amarsi oggi? Perché i matrimoni falliscono? Sono due le risposte che vanno per la maggiore. La prima è quella “moralistica”, che dice siamo diventati più egoisti e più individualisti, perciò meno disposti a sopportare il sacrificio della durata che implicherebbe il matrimonio. La seconda, opposta, è la risposa “progressista”, secondo la quale siccome siamo diventati più liberi, allora seguiamo finalmente il cuore, il sentimento, e quindi non abbiamo voglia di rimanere dentro relazioni durature come il matrimonio che spesso sono fondate solo su convenzioni sociali.

Per Guzzi entrambe le letture sono insufficienti, superficiali. All’origine del «terremoto relazionale che constatiamo nella fenomenologia sociale» va considerato il profondo «mutamento in atto del principio maschile e del principio femminile»: «Stiamo ridefinendo in profondità cosa significhi essere maschio e cosa significhi essere femmina» rispetto al modello precedente fondato su una «netta separazione delle funzioni».

C’è poi che amare è “anche” un lavoro faticoso, che richiede tempo, mentre prevale un’idea dell’amore come sentimento fugace che è «una visione infantile, che confonde il momento iniziale dell’infatuazione e dell’attrazione con quel processo dell’amore maturo che è il processo stesso della “coniunctio”»

Nell’amore, cioè, spiega Guzzi, uomo e donna «sono chiamati a integrarsi, faticosamente e progressivamente, incontrando tutti gli ostacoli che si incontrano quando superiamo la fase della luna di miele e quindi iniziamo a conoscerci un po’ meglio. E la prima cosa che emerge sono le ombre, cioè le parti che non si vogliono coniugare. E allora si comincia a litigare, molto presto. Solo che il litigio fa parte della coniunctio». Fa parte dell’amore.

Cosa dovrebbero fare marito e moglie per continuare a coniugarsi? «Dovrebbero innanzitutto lavorare alla propria integrità personale» risponde Guzzi. «Perché se io non lavoro innanzitutto su di me – cioè se non riconosco le mie resistenze all’amore, se non riconosco che dentro di me ci sono delle parti che in realtà non vogliono amare per niente, ma hanno paura di abbandonarsi, hanno paura di amare, stanno ancora difendendo delle immagini di me – se non faccio questo lavoro dentro di me, non potrò procedere nella coniugazione verso l’altro, perché l’altra persona sarà lo specchio di queste mie resistenze. Allora: o io lo so, e quindi riesco a superare la fase critica, nel processo conflittuale e amoroso che è anche erotico, oppure semplicemente penserò: “questa non fa più per me, ciao, me ne trovo un’altra”, con la quale presto o tardi rincontrerò i medesimi problemi, immancabilmente».


(Foto da Flickr/creativecommons/Photos8.com)

martedì 19 gennaio 2010

La sterilità può essere feconda?


“Signore perché proprio a noi?” Questa è la domanda che scaturisce dal cuore dei coniugi che si trovano a dover affrontare il problema della sterilità. “Dove sono i figli che Dio vuole donarci?” In una società in cui il figlio è un diritto, la sterilità diventa un male incurabile…

Marco Griffini (genitore adottivo e fondatore insieme con la moglie Irene Bertuzzi di Ai.Bi., Associazione Amici dei Bambini, di cui è ancora oggi presidente) scrivono un testo (Sterilità feconda: un cammino di grazia) che rivoluziona il pensiero comune e ci apre gli occhi per farci vedere in modo del tutto diverso la sterilità. A partire dal racconto di storie di vita vissuta e da riflessioni su alcuni personaggi biblici (Sara, Rachele, Anna), l’autore ci guida alla riscoperta della sterilità che diventa fecondità attraverso la Grazia.

Infatti, soltanto quando gli sposi si rendono conto che è proprio attraverso il dono della sterilità che sono chiamati a vivere la loro fecondità, la sterilità diventa Grazia, e i coniugi si sentono chiamati da Dio a collaborare alla realizzazione della creazione attraverso l’adozione. Le coppie sterili sono chiamate ad accogliere la vita di chi, essendo già nato, sta sperando di rinascere a nuova vita per diventare finalmente un figlio amato, per essere salvato dall’abbandono. Attraverso l’adozione si riesce a vivere una diversa forma di fecondità che sfocia nell’accoglienza di un bambino destinato dalla Provvidenza "proprio a noi".


(sullo stesso tema anche: "La fecondità degli sposi oltre la fertilità")

lunedì 14 settembre 2009

L'icona del matrimonio


Questo post lo "famo strano", per dirla con Jessica e Ivano, i due indimenticabili sposi "coatti" inventati qualche anno fa da Carlo Verdone.

Partiamo infatti da un'immagine e non da un testo. L'immagine che vedete nella foto: un'opera del pittore romantico Caspar David Friedrich, conservata all'Hermitage di Pietroburgo. Si intitola: A Bordo di un Veliero (1818)

L'ho scoperta riprodotta sul volantino di un incontro intitolato: Amare alla fine di un mondo. Il desiderio e la paura della coniugazione dei sessi (Roma, 10 ottobre, 17.30, Complesso storico dei Domenicani, Piazza della Minerva 42).

A me è sembrata subito una delle immagini artistiche che meglio può rappresentare e nutrire (perchè l'arte, quand'è tale, nutre, alimenta) l'amore di coppia, l'amore coniugale.

Ci sono un uomo e una donna mano nella mano - possiamo immaginare marito e moglie - seduti sulla prua di una nave - cioè davanti a tutti - che guardano nella stessa direzione. Non ripiegati su se stessi, nemmeno ripiegati sul proprio amore (non si guardano, infatti, negli occhi), tanto meno rivolti all'indietro (cosa si lasciano alle spalle?). Proiettati invece verso il futuro, il futuro che viene. Di fronte a loro c'è una costa, una terra nuova, l'inizio di una nuova avventura. Con tutto ciò che questo può comportare di paura, incertezza, smarrimento.

Ecco, a me sembra proprio che questa immagine - malgrado sia stata dipinta quasi 2 secoli fa - possa rappresentare in qualche modo l'icona del matrimonio oggi. Oggi che siamo un po' tutti alla ricerca di un nuovo modo di essere sposi, che i modelli del passato non funzionano ed il futuro appare assai incerto e burrascoso.

Mi piacerebbe conoscere il vostro pensiero o se avete qualche altra immagine da suggerire che possa raccontare il matrimonio in questo modo.





(L'immagine è presa dal sito artinvest2000)

giovedì 25 giugno 2009

I love... radio rock

Ce l'abbiamo fatta.

Siamo fuggiti dai nostri figli, alla faccia dell'emergenza educativa.
Un Grazie ai santi baby sitter - pure gratuiti
(abbiamo un alto capitale sociale a scapito del nostro basso capitale economico).


Ci siamo finalmente scavati un momento intimo e sereno, tutto per noi.
Siamo andati al Cinema (insieme, dopo 5 anni) e prima abbiamo anche mangiato un kebab (lei) e una pizza (io).
Abbiamo, pure, visto un film molto simpatico: I love radio rock (lo consiglio) non l'ultimo cartone animato.
Parlavamo assieme, l'una all'altro, senza intrusioni, senza pappe, senza bicchieri rovesciati o forchette piattini caduti.
E mi accorgo sempre più che i figli sono una benedizione, ma la "grazia" nel sacramento del matrimonio è la relazione tra gli sposi.

L'immagine è reperibile su www.vivacinema.it/tag/i-love-radio-rock/

lunedì 4 maggio 2009

voglio di più


Domenica 3 maggio, la Chiesa ha celebrato l'annuale giornata per le vocazioni. "Ma sai che ieri alla messa il parroco ha detto ai bambini che nella giornata delle vocazioni bisogna pregare pure per quella delle mamme e dei papà?". Così mi diceva stamattina un amico, uno dei miei complici di questo blog...

Quel pure è meglio di niente (e dico "grazie" a chi almeno lo dice).
Ma non basta. Non basta più.

Immagino di più. Non per "partigianeria" di chi come me vive la realtà sponsale ma, esagero, per tutta la Chiesa, per il mondo.
Esagero per Amore. (Io che non ne sarei capace di mio, borghesuccio e lamentoso "moralista" quale sono).

Chiese e piazze piene di giovani solo nella speranza di qualche ingresso in seminario (o giù di lì)? In fondo, non ci sembra di aspirare a poco?

Vogliamo (e ce ne lamentiamo da anni) un Paese che metta al centro delle attenzioni la famiglia, e poi immaginiamo una Chiesa animata e rappresentata (di fatto) solo da preti e religiosi/e?
Una Chiesa in cui gli sposi continuano a essere buoni come "santino" (anche per le elezioni, ahimè) e per qualche comparsata... Buonissimi poi per far loro "la morale". Ma troppo ingombranti per fargli spazio, dargli voce, accogliere i tempi e i modi della famiglia, davvero.
Non ci sembra un po' poco?

Lamentiamo solenni "la crisi dei valori", la "mancanza di modelli di riferimento" e perfino la mediocrità della politica e poi ci spelliamo le mani solo se i seminari chiudono il bilancio in attivo (di presenze) a fine anno?
Non ci sembra un po' poco?

Siamo stati creati per rendere visibile ogni giorno Gesù Cristo nel mondo, e spesso ci accontentiamo che i battezzati e gli sposati vivano la loro fede nelle scelte di tutti i giorni (sul lavoro e nelle relazioni personali e sociali) come un optional un po' ingombrante. Magari, una consolante (o frustrante, dipende) parentesi formativa domenicale, o - che oggi va più di moda - un pacchetto tutto compreso di cattolicesimo "emozioni+ 1oradivolontariato+verve ideologica"... Ma non ci sembra davvero poco?

Non ci sembra di desiderare poco per questi cristiani, per questa Chiesa? E con poca fantasia?

Senza una pastorale ordinaria che dia impulso e sostegno a tutte le vocazioni, anche quelle ordinate o religiose vanno in crisi, di numeri e qualità...

Sfogo di passione "ecclesiale". In attesa dei tempi lunghi del lievito nella pasta...
(Chiedo scusa dell'autoreferenzialità ai naviganti meno addentro... oggi girava così)

mercoledì 4 marzo 2009

La famiglia Vittimisti

(dal blog di Alessandro Iapino)

Ancora sul "fare" la vittima e sul libro di Giacobbe (vedi il post del 3 marzo).

Tu dici: non mi riguarda, io non sono una vittima nè "faccio" la vittima. Va bene, ci credo. Allora sicuramente non ti ritroverai in nessuno degli esilaranti ritratti disegnati dall'autore, in quella che è descritta e raccontata come una vera famiglia, la famiglia Vittimisti.

Si parte dalla «nonnina», la «vecchietta», perchè «l'abilità del vittimismo cresce con il crescere dell'età e raggiunge il massimo nella vecchiaia». «Vecchiette e vecchietti incapaci di colpire una mosca con un bazooka - scrive Giacobbe - tengono per le palle intere famiglie». Come? «Lamentandosi. Facendo le vittime». «Più gli altri sono buoni, onesti, generosi, più tu, con il vittimismo, ne fai quello che vuoi».

Il figlio della nonnina è Ipocondriaco. La «maledizione del medico della mutua», non ha passato giorno della sua vita senza lamentarsi di essere ammalato di qualche cosa. Ha la casa piena di medicinali. «Vive con il termometro piantato nel culo». Il suo sogno è vivere in un ospedale, nutrirsi con le flebo e svuotarsi tutti i giorni l'intestino con un enteroclisma. Le supposte sono la sua modalità di farmacologica preferita, secondo lui «la più grande invenzione umana dopo la ruota».

Ipocondriaco ha una sorella: Salutista. Ovviamente vegetariana, è contraria agli Ogm e mangia solo "bio". Non va con gli uomini per paura delle malattie. Lava le mani almeno dieci volte al giorno. Respira in casa aria depurata. «Nel testamento lascia detto di disinfettare accuratamente la bara».

Ipocondriaco e Salutista hanno un figlio (ovviamente con l'inseminazione artificiale). Si chiama Lamentoso. A scuola, all'università, al militare, al lavoro, il giorno del matrimonio. Ovunque trova modo e occasione per lamentarsi. Si lamenta del fallimento della Parmalat, anche se lui non ha comprato nemmeno un'azione. Si lamenta del Centro e dei partiti estremisti, del Centro-sinistra e dei sindacati. L'importante è per lui lamentarsi. Il lamento è vita.

Suo fratello è Incontentabile. Mentre Lamentoso si limita a lamentarsi ma poi ingoia tutto, lui non ingoia niente. Rifiuta. È una protesta continua.

Lamentoso e Incontentabile hanno una sorella: Crocerossina, pronta a sacrificarsi fino al martirio, si sposa e partorisce 4 gemelli: Pauroso (appena nato devono praticargli la respirazione artificiale perchè ha paura di respirare; al matrimonio non si presenta per paura che non si presenti la sposa), Tappetino (chiede scusa a tutti), Tradita e Catastrofica (non si accontenta di ergersi solo lei a vittima. Vuole coinvolgere tutto l'universo).

Tappetino e Tradita fanno un figlio: Imputato. Si sente accusato di tutto, anche se nessuno gli dice niente. Chiunque lo guardi lo reputa colpevole.

Anche Catastrofica e Pauroso fanno un figlio: Atlante. Il «componente più commovente e cretino della famiglia Vitimisti». È quello che si porta il mondo sulle spalle. Non dorme perchè pensa allo Tsunami, al Darfur, ai bambini dei Biafra, ma anche all'assistenza sanitaria e la previdenza sociale per le prostitute, ai gay, alle minoranze. Come molti dei suoi parenti muore suicida. Vorrebbe impiccarsi a una trave ma, ovviamente, anche la trave gli cade addosso...

E poi ancora nipoti e pronipoti: Insicuro, Ansioso, Depresso, Sospettoso, Infelice, Smarrita, ecc... Sono tanti, ma una caratteristica li unisce tutti: la paura. Al fondo di tutti i Vittimisti c'è la paura.

Sicuro che non sono parenti?

martedì 24 febbraio 2009

vuoi sposarti? Separati!

"Ogni divorzio comincia con un matrimonio", dice alle coppie in procinto di sposarsi don Lorenzo-Flavio Insinna nel recente film Ex, "messo all'indice" dagli organi preposti della Cei.

Non ho visto il film. E non posso che prendere atto delle motivazioni delle critiche della Conferenza episcopale. Però... estrapoliamo la frase dal contesto e diamogli un senso che forse non voleva avere: ogni divorzio è spesso frutto di un matrimonio "costruito" male dalle fondamenta.

E andando alle fondamenta e rivoltando la frase, possiamo con certezza dire che ogni matrimonio nasce da una separazione. Una separazione che segna la nascita di una nuova famiglia. Un separazione che, in una prospettiva non necessariamente solo religiosa, genera "lo spazio del sacro" (sacro = separato): lo spazio dell'amore, da alimentare ogni giorno, lo spazio dei due sposi (bambini, per favore, solo mamma e papà, grazie!) e che, per i cristiani, è anche lo spazio in cui si inserisce la Terza presenza, Gesù.

Ma separarsi da cosa, di grazia? Per esempio, e tocchiamo qualcosa che in Italia, anche in ambito cattolico, sembra quasi un tabù, "separarsi" da mamma e papà. Tutti - anche non credenti - conoscono il testo del Genesi (Gn 2, 24 - "Per questo l`uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne") che è abbastanza chiaro in merito. Ma andiamo oltre.

Alcuni dati dell'associazione matrimonialisti italiani mostrano che circa il 30% delle separazioni è dovuto come causa principale all'ingerenza delle famiglie di origine.
Sarà il caso di rifletterci, anche in un'ottica pastorale.

Non si tratta di "rompere". Ma di uscire davvero dalla casa paterna e materna e trasformare la relazione con i genitori, uscendo dalla prospettiva dei figli per cominciare a prepararsi a quella dei padri e delle madri.

In una catechesi sul quarto comandamento che mi ha particolarmente segnato, si ripropone un'esegesi di quella Parola di Dio che suona così: "onorare" il padre e la madre, significa (dalla traduzione corretta dal latino) "dare il giusto peso" a mamma e papà... l'ubbidienza si deve solo a Dio.

Se non lo facciamo, se non ci incamminiamo su questa strada di "separazione" non saremo mai pienamente sposi e genitori. Né figli liberi, maturi e grati di quanto ricevuto.

(foto di dboy/flickr)

giovedì 29 gennaio 2009

Amore? Presente!

Se l'amore è ormai irrimediabilmente inserito nel matrimonio, esso sovverte l'istituzione dall'interno, rendendo la famiglia instabile, "incerta" (Jean-Claude Kaufmann).

Alcuni studiosi ci spiegano che l'amore è un mito realizzato, nato dai romanzi e interiorizzato, poi, dagli uomini e dalle donne. L'amore, quindi, sarebbe un'invenzione storica!

Possibile?
Non so. però mi sembra una forzatura. Penso che l'amore nasca dagli uomini e non sia inventato da scrittori, penso che gli scrittori siano stati capaci di osservarlo e di narrarlo, magari di denunciarne l'ingiustizia del suo mancato rispetto.

Comunque se solo oggi l'amore sovverte l'istituzione, ben venga, entra la realtà esce l'apparenza.
Andrea


mercoledì 17 dicembre 2008

verso la nuova famiglia

"La nuova famiglia che esce sia dalle Scritture che dalla domanda sociale, non è la famiglia isolata, chiusa nel proprio appartamento, e nemmeno la famiglia che carichiamo dei nostri idealismi e dei nostri dover-essere, per ritrovarci sempre di nuovo smarriti nella pretesa (non solo nostra - dei cristiani, ndr - ma di tutto il sistema sociale che prima svaluta la famiglia, poi le chiede onnipresenza e onni-supplenza) di tirarci su tirandoci i capelli da soli".

Vi consiglio un bel regalo di Natale, La famiglia nel giardino delle Scritture, dei coniugi Gilberto Gillini e Mariateresa Zattoni, molto noti in ambito ecclesiale (ma mai abbastanza sponsorizzati in alto, secondo me...). Un regalo per tutti, credenti e non (fidatevi!). Soprattutto, per sacerdoti e religiosi che hanno davvero a cuore le famiglie e il matrimonio.

Una breve ma piacevolissima immersione in un libretto in cui finalmente - unendo, con la lunga esperienza personale e "sul campo" degli autori, scienze sociali e conoscenze bibliche ed esegetiche - si parla di coppia, di famiglia e di matrimonio dal punto di vista giusto: quello di due sposi. Nella pur lunga bibliografia spirituale sui temi "famiglia", "matrimonio" etc non è da poco...

La dignità e la missione del sacramento del matrimonio (ancora poco valorizzate, sia dal Mondo che nella Chiesa); la ricchezza e l'ampiezza della relazione tra due persone; le sfide poste dal rapporto con i figli e con le famiglie d'origine; il ruolo nel mondo e nella quotidianità... Tanti brevi ma puntuali spunti di meditazione e riflessione, in cui i soli maestri in cattedra sono il Maestro, Gesù, (tramite un'esegesi delle Scritture che valorizza il punto di vista di due sposi) e la vita quotidiana della coppia (letta secondo le più "laiche" scienze disponibili, dalla psicologia all'antropologia).

Ragione e fede si incontrano davvero affinché la coppia e la famiglia escano dai propri orti chiusi (il chiuso della casa, della relazione avvitata su stessa, delle relazioni con la famiglia d'origine non ancora liberate dal Vangelo, ma anche l'orto chiuso della "parrocchietta" e di un'idea della fede cristiana e delle Scritture ritagliata a proprio uso e consumo) per tornare a "camminare con Dio" nel giardino della sua Parola.

E come sottolineano gli autori, la Scrittura non è però solo per le famiglie "regolari", le brave famiglie cristiane, che rischiano di trattenerla come preda e assicurazione.

Il giardino che Dio aveva pensato per noi (e con noi) è molto più accogliente dei nostri orticelli.