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lunedì 25 marzo 2013

"Cattolico? Non è molto sexy!"

"Cattolico? Non è molto sexy!". È una battuta del film L'amore inatteso che è uscito in questi giorni nella sale italiane. Mi ha fatto sorridere e riflettere.

Essere, per esempio, sanamente attraenti per l'altro o essere addirittura attenti al piacere dell'altro, nell'intimità di una relazione coniugale, sembra ancora una questione che facciamo fatica a trattare con serenità tra gli argomenti accettabili per un cattolico, in parrocchia come nel confronto pubblico, col mondo, o nell'educazione dei giovani.



Ma prima ancora, si riaffaccia un tema buono per tutti gli stati di vita e che dalla nascita di Vino Nuovo abbiamo già toccato qualche volta da punti di vista diversi: che rapporto abbiamo con il nostro corpo?

venerdì 5 agosto 2011

Naturale, no?


Frugando nella mia scatola degli "spunti perduti" ho ritrovato questo articolo, scritto per "fare chiarezza sui metodi naturali" (la regolazione naturale della fertilità) in seguito alle polemiche seguite alla prima mancata pubblicazione del sussidio Youcat per i giovani della imminente Giornata mondiale della gioventù di Madrid.

foto flickr/Thomas Hawk
Ne avevo parlato a suo tempo con una coppia di amici, che qui chiameremo Bruno e Maria.

«Io e mia moglie - disse di getto Bruno - conosciamo i metodi naturali. Mi ha colpito subito una frase dell'articolo: "la coppia può scegliere liberamente e responsabilmente di realizzare il gesto sessuale in periodo fertile o meno, secondo le finalità che intende realizzare in tema di procreazione". Se decide in piena libertà di avere un rapporto sessuale nel periodo non fertile è perché (genitorialità responsabile, ndr) sente di non poter accogliere una vita in quel certo momento della vita dei coniugi e della famiglia. Non vedo altre finalità».
Maria annuisce.
«Se questo è vero e plausibile - continuava Bruno - la distanza tra i "metodi" e alcuni dei "mezzi" contraccettivi disponibili (si riferisce a una distinzione fatta nell'articolo citato, ndr), mi sembra abbastanza difficile da tracciare con precisione e, se capita, e capita in alcuni contesti e pubblicazioni, con durezza sommaria».

Insomma, consigliare e promuovere una gestione "alternativa" della vita sessuale della coppia (sposata) è cosa bella e buonissima. Mettere un limite intransigente e giuridico, però, assomiglia molto ai pesanti fardelli imposti agli altri, di farisaica memoria.

In questi casi, l'esercizio della contestualizzazione, evocato sovente in altri campi della morale cristiana, sembra non trovare applicazione.

«A volere essere stringenti, poi, nell'altro senso - disse Maria - anche i metodi naturali possono essere gestiti con una mentalità non aperta alla vita. Dovrebbero diventare per questo anch'essi non ammissibili? Domanda boomerang, lo so. Ma ormai l'ho detta».

(continua su VinoNuovo.it)

giovedì 23 dicembre 2010

un doppio sì

"La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo" (Mt 1, 18).

"Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria" (Lc 1, 26-27).

La lettura di questi due brani nell'avvicinarci al Natale mi hanno fatto riflettere sulla ricchezza della "promessa" che si scambiano un uomo e una donna.

Dio non fa da solo, rispetta la sua promessa, trasformando una nostra promessa: quella umanissima promessa tra un uomo e una donna.

In fondo, nel suo progetto, contempla il coinvolgimento da protagonisti di entrambi.
Sia a Maria sia a Giuseppe è chiesto di confermare la loro promessa, di mantenere il loro sogno di sposarsi e di diventare mamma e papà.

Il Padre realizza la sua promessa di salvezza ottenendo un doppio "Sì".
Un "Sì" di coppia: individuale e comune allo stesso tempo.
Chi è sposato sa che è un evento eccezionale, perché costa fatica, frizioni, pazienza, confronto...
E poi a Lui ne sarebbe bastato uno solo, ma ne ha chiesti due.
E quel doppio crea la relazione feconda a cui affidare il seme della Salvezza.

Buon Natale!

(il post è di Andrea Casavecchia)

giovedì 4 novembre 2010

incomunicabilità di coppia


Lui
: "Preferisci fare la spesa subito e andare dalla zia dopo o il contrario?"

Lei: "Sono le quattro".

Lui: "Dobbiamo fare la spesa?".
Lei: "E' martedì".


Lui: "Cosa vuoi per cena?".
Lei: "E' finito il parmigiano".

Continua tu...

ps. il copyright è "Marcello Ciampi"


venerdì 22 ottobre 2010

Degli sposi rigenerati

È veramente originale incontrare degli sposi rigenerati.
Gente che conosci da tempo, con loro sei cresciuto e hai condiviso esperienze, e parte di un cammino di fede, hai notato le loro gioie e hai potuto intercettare le loro sofferenze.

Poi li rincontri dopo qualche tempo, stanchi e felici, con due bambini che li chiamano mamma e papà. E vedi come due belle persone si trasformano in due persone luminose.

Hanno rischiato, mescolando le carte della loro routine quotidiana, iniziando un percorso lungo ed incerto, come quello per tutte le coppie che vogliono adottare.
Hanno sopportato lunghezze burocratiche, colloqui con psicologi e assistenti sociali che giustamente mettono alla prova per testare, se quella coppia potrà veramente essere accogliente e paziente. Sono partiti per mesi, vivendo in un altro Paese, con altre tradizioni, con una diversa cultura. Hanno sostenuto le spese di un viaggio senza alcun contributo economico (a parte le possibili deduzioni fiscali, che naturalmente sono a posteriori).
E hanno incontrato due bellissimi bambini che hanno voluto conoscerli fino in fondo, spremendoli fino all’osso. Anche loro volevano capire se potevano fidarsi di quegli adulti sconosciuti. Pur sapendo che quella coppia davanti a loro era l'ultima spiaggia, perché ad una certa età i bambini non li vogliono in molti. Solo gli italiani sono disponibili, mi ha detto uno dei nuovi genitori.
E così sono stato anche orgoglioso del mio Paese, altro che celebrazioni per i 150 anni della breccia di Porta Pia. Un buco lo sanno fare tutti.
Imparare a donarsi agli altri, iniziare una vita di coppia nuova con due bimbi da educare e da amare è veramente una impresa che fa la storia.
 
(il post è di Andrea Casavecchia - tratto da FamigliAC-Roma)

giovedì 28 gennaio 2010

Sovversivi


«Mettere al centro la crescita personale, la relazione coniugale, è una rivoluzione culturale. La cosa più rivoluzionaria, più sovversiva che si possa immaginare».

E’ uno dei passaggi conclusivi dell’intervista al poeta e filosofo Marco Guzzi, marito e padre di tre figli, pubblicata sul sito dell’associazione Darsi pace e dedicata al tema della coniugazione dei sessi, “coniunctio” la chiama Guzzi.

Perché è cosi difficile amarsi oggi? Perché i matrimoni falliscono? Sono due le risposte che vanno per la maggiore. La prima è quella “moralistica”, che dice siamo diventati più egoisti e più individualisti, perciò meno disposti a sopportare il sacrificio della durata che implicherebbe il matrimonio. La seconda, opposta, è la risposa “progressista”, secondo la quale siccome siamo diventati più liberi, allora seguiamo finalmente il cuore, il sentimento, e quindi non abbiamo voglia di rimanere dentro relazioni durature come il matrimonio che spesso sono fondate solo su convenzioni sociali.

Per Guzzi entrambe le letture sono insufficienti, superficiali. All’origine del «terremoto relazionale che constatiamo nella fenomenologia sociale» va considerato il profondo «mutamento in atto del principio maschile e del principio femminile»: «Stiamo ridefinendo in profondità cosa significhi essere maschio e cosa significhi essere femmina» rispetto al modello precedente fondato su una «netta separazione delle funzioni».

C’è poi che amare è “anche” un lavoro faticoso, che richiede tempo, mentre prevale un’idea dell’amore come sentimento fugace che è «una visione infantile, che confonde il momento iniziale dell’infatuazione e dell’attrazione con quel processo dell’amore maturo che è il processo stesso della “coniunctio”»

Nell’amore, cioè, spiega Guzzi, uomo e donna «sono chiamati a integrarsi, faticosamente e progressivamente, incontrando tutti gli ostacoli che si incontrano quando superiamo la fase della luna di miele e quindi iniziamo a conoscerci un po’ meglio. E la prima cosa che emerge sono le ombre, cioè le parti che non si vogliono coniugare. E allora si comincia a litigare, molto presto. Solo che il litigio fa parte della coniunctio». Fa parte dell’amore.

Cosa dovrebbero fare marito e moglie per continuare a coniugarsi? «Dovrebbero innanzitutto lavorare alla propria integrità personale» risponde Guzzi. «Perché se io non lavoro innanzitutto su di me – cioè se non riconosco le mie resistenze all’amore, se non riconosco che dentro di me ci sono delle parti che in realtà non vogliono amare per niente, ma hanno paura di abbandonarsi, hanno paura di amare, stanno ancora difendendo delle immagini di me – se non faccio questo lavoro dentro di me, non potrò procedere nella coniugazione verso l’altro, perché l’altra persona sarà lo specchio di queste mie resistenze. Allora: o io lo so, e quindi riesco a superare la fase critica, nel processo conflittuale e amoroso che è anche erotico, oppure semplicemente penserò: “questa non fa più per me, ciao, me ne trovo un’altra”, con la quale presto o tardi rincontrerò i medesimi problemi, immancabilmente».


(Foto da Flickr/creativecommons/Photos8.com)

martedì 19 gennaio 2010

La sterilità può essere feconda?


“Signore perché proprio a noi?” Questa è la domanda che scaturisce dal cuore dei coniugi che si trovano a dover affrontare il problema della sterilità. “Dove sono i figli che Dio vuole donarci?” In una società in cui il figlio è un diritto, la sterilità diventa un male incurabile…

Marco Griffini (genitore adottivo e fondatore insieme con la moglie Irene Bertuzzi di Ai.Bi., Associazione Amici dei Bambini, di cui è ancora oggi presidente) scrivono un testo (Sterilità feconda: un cammino di grazia) che rivoluziona il pensiero comune e ci apre gli occhi per farci vedere in modo del tutto diverso la sterilità. A partire dal racconto di storie di vita vissuta e da riflessioni su alcuni personaggi biblici (Sara, Rachele, Anna), l’autore ci guida alla riscoperta della sterilità che diventa fecondità attraverso la Grazia.

Infatti, soltanto quando gli sposi si rendono conto che è proprio attraverso il dono della sterilità che sono chiamati a vivere la loro fecondità, la sterilità diventa Grazia, e i coniugi si sentono chiamati da Dio a collaborare alla realizzazione della creazione attraverso l’adozione. Le coppie sterili sono chiamate ad accogliere la vita di chi, essendo già nato, sta sperando di rinascere a nuova vita per diventare finalmente un figlio amato, per essere salvato dall’abbandono. Attraverso l’adozione si riesce a vivere una diversa forma di fecondità che sfocia nell’accoglienza di un bambino destinato dalla Provvidenza "proprio a noi".


(sullo stesso tema anche: "La fecondità degli sposi oltre la fertilità")

mercoledì 23 settembre 2009

Non parlarmi, non ti sento


Mi arriva questo suggerimento da una citazione del grande Kahil Gibran:

"Ascolta la tua donna quando ti guarda, non quando ti parla"

Un marito aspirante suicida potrebbe rispondere: la prima è difficile, ma la seconda mi riesce già benissimo!

Ma a prenderla seriamente la frase di Gibran mette a fuoco un aspetto centrale del rapporto di coppia, la differenza di comunicazione tra l'uomo e la donna.

E' che noi uomini con la comunicazione non verbale siamo un disastro...


(L'immagine è la locandina del film comico Non parlarmi, non ti sento, con il titolo originale)

lunedì 14 settembre 2009

L'icona del matrimonio


Questo post lo "famo strano", per dirla con Jessica e Ivano, i due indimenticabili sposi "coatti" inventati qualche anno fa da Carlo Verdone.

Partiamo infatti da un'immagine e non da un testo. L'immagine che vedete nella foto: un'opera del pittore romantico Caspar David Friedrich, conservata all'Hermitage di Pietroburgo. Si intitola: A Bordo di un Veliero (1818)

L'ho scoperta riprodotta sul volantino di un incontro intitolato: Amare alla fine di un mondo. Il desiderio e la paura della coniugazione dei sessi (Roma, 10 ottobre, 17.30, Complesso storico dei Domenicani, Piazza della Minerva 42).

A me è sembrata subito una delle immagini artistiche che meglio può rappresentare e nutrire (perchè l'arte, quand'è tale, nutre, alimenta) l'amore di coppia, l'amore coniugale.

Ci sono un uomo e una donna mano nella mano - possiamo immaginare marito e moglie - seduti sulla prua di una nave - cioè davanti a tutti - che guardano nella stessa direzione. Non ripiegati su se stessi, nemmeno ripiegati sul proprio amore (non si guardano, infatti, negli occhi), tanto meno rivolti all'indietro (cosa si lasciano alle spalle?). Proiettati invece verso il futuro, il futuro che viene. Di fronte a loro c'è una costa, una terra nuova, l'inizio di una nuova avventura. Con tutto ciò che questo può comportare di paura, incertezza, smarrimento.

Ecco, a me sembra proprio che questa immagine - malgrado sia stata dipinta quasi 2 secoli fa - possa rappresentare in qualche modo l'icona del matrimonio oggi. Oggi che siamo un po' tutti alla ricerca di un nuovo modo di essere sposi, che i modelli del passato non funzionano ed il futuro appare assai incerto e burrascoso.

Mi piacerebbe conoscere il vostro pensiero o se avete qualche altra immagine da suggerire che possa raccontare il matrimonio in questo modo.





(L'immagine è presa dal sito artinvest2000)

venerdì 11 settembre 2009

La tomba dell'amore


Hai avuto una vita splendida e io sono così fortunata che l'ho condivisa con te. Grazie. Ti amo.

Non avrei mai pensato di ricavare un post sul matrimonio dalla morte di Mike Bongiorno. Quello che leggete in apertura è il testo con il quale Daniela Zuccoli ha salutato il marito dalla pagina dei necrologi del Corriere della Sera.

Credo che non ci sia maschio che non sogni di essere ricordato dalla sua donna nell'ora della propria morte con queste parole
- ha scritto su La Stampa di ieri Massimo Gramellini, aggiungendo queste riflessioni sull'amore di coppia (intendendo le coppie fisse, stabili e ancora innamorate, nonostante tutto).

L'amore di coppia non va per la maggiore... Non fa vendere giornali, se riguarda i vip, e non alimenta pettegolezzi, se riguarda i nostri amici. E' un elemento statico in un mondo che il mercato vorrbbe in movimento perpetuo. Inoltre è un mestiere faticoso, impone rinunce e compromessi continui, e presenta il conto a milionari e poveracci, senza distinzioni. Non prevede ricompense nè riconoscimenti ufficiali. Solo due righe di necrologio e la sensazione di essere un po' più vicini degli altri al cielo.

Non so voi, ma io stavolta compro una vocale, e giro la ruota...


(Foto da televisionando.it)

mercoledì 15 luglio 2009

Non sposatevi

"Se avete paura della solitudine non sposatevi"

La citazione, abbastanza nota, è dello scrittore russo Anton Pavlovich Chekhov.

A qualcuno potrebbe sembrare una frase contro il matrimonio, e forse nell'intenzione dell'autore era così. Ma io non lo credo. Voglio dire che per me non è così. E' una frase dura, vera, bella, come dura, vera e bella è la vita, e il matrimonio con essa. Il resto è fuffa.

Mi ricordo che il primo a citarmi questa frase fu il prete che celebrò il mio matrimonio, don Enrico, neo-direttore della Caritas di Roma. Lo disse per prepararmi - prepararci - al matrimonio, a intendere che la realtà è una cosa seria, a sgombrare il campo da miti adolescenziali e illusioni romanticheggianti.

La promessa cristiana del matrimonio è quella di diventare - in Cristo - "una carne sola". Che non è l'idea di una fusione degli sposi, ma il mistero di un'alterità radicale che si consuma nella relazione. Ma è un mistero, appunto. Come un mistero è la solitudine.

Qualcosa che si può conoscere veramente solo alla fine, solo vivendo, solo alla fine della vita.

(Foto da Flickr/apesara)

giovedì 25 giugno 2009

I love... radio rock

Ce l'abbiamo fatta.

Siamo fuggiti dai nostri figli, alla faccia dell'emergenza educativa.
Un Grazie ai santi baby sitter - pure gratuiti
(abbiamo un alto capitale sociale a scapito del nostro basso capitale economico).


Ci siamo finalmente scavati un momento intimo e sereno, tutto per noi.
Siamo andati al Cinema (insieme, dopo 5 anni) e prima abbiamo anche mangiato un kebab (lei) e una pizza (io).
Abbiamo, pure, visto un film molto simpatico: I love radio rock (lo consiglio) non l'ultimo cartone animato.
Parlavamo assieme, l'una all'altro, senza intrusioni, senza pappe, senza bicchieri rovesciati o forchette piattini caduti.
E mi accorgo sempre più che i figli sono una benedizione, ma la "grazia" nel sacramento del matrimonio è la relazione tra gli sposi.

L'immagine è reperibile su www.vivacinema.it/tag/i-love-radio-rock/

martedì 24 febbraio 2009

vuoi sposarti? Separati!

"Ogni divorzio comincia con un matrimonio", dice alle coppie in procinto di sposarsi don Lorenzo-Flavio Insinna nel recente film Ex, "messo all'indice" dagli organi preposti della Cei.

Non ho visto il film. E non posso che prendere atto delle motivazioni delle critiche della Conferenza episcopale. Però... estrapoliamo la frase dal contesto e diamogli un senso che forse non voleva avere: ogni divorzio è spesso frutto di un matrimonio "costruito" male dalle fondamenta.

E andando alle fondamenta e rivoltando la frase, possiamo con certezza dire che ogni matrimonio nasce da una separazione. Una separazione che segna la nascita di una nuova famiglia. Un separazione che, in una prospettiva non necessariamente solo religiosa, genera "lo spazio del sacro" (sacro = separato): lo spazio dell'amore, da alimentare ogni giorno, lo spazio dei due sposi (bambini, per favore, solo mamma e papà, grazie!) e che, per i cristiani, è anche lo spazio in cui si inserisce la Terza presenza, Gesù.

Ma separarsi da cosa, di grazia? Per esempio, e tocchiamo qualcosa che in Italia, anche in ambito cattolico, sembra quasi un tabù, "separarsi" da mamma e papà. Tutti - anche non credenti - conoscono il testo del Genesi (Gn 2, 24 - "Per questo l`uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne") che è abbastanza chiaro in merito. Ma andiamo oltre.

Alcuni dati dell'associazione matrimonialisti italiani mostrano che circa il 30% delle separazioni è dovuto come causa principale all'ingerenza delle famiglie di origine.
Sarà il caso di rifletterci, anche in un'ottica pastorale.

Non si tratta di "rompere". Ma di uscire davvero dalla casa paterna e materna e trasformare la relazione con i genitori, uscendo dalla prospettiva dei figli per cominciare a prepararsi a quella dei padri e delle madri.

In una catechesi sul quarto comandamento che mi ha particolarmente segnato, si ripropone un'esegesi di quella Parola di Dio che suona così: "onorare" il padre e la madre, significa (dalla traduzione corretta dal latino) "dare il giusto peso" a mamma e papà... l'ubbidienza si deve solo a Dio.

Se non lo facciamo, se non ci incamminiamo su questa strada di "separazione" non saremo mai pienamente sposi e genitori. Né figli liberi, maturi e grati di quanto ricevuto.

(foto di dboy/flickr)

mercoledì 17 dicembre 2008

verso la nuova famiglia

"La nuova famiglia che esce sia dalle Scritture che dalla domanda sociale, non è la famiglia isolata, chiusa nel proprio appartamento, e nemmeno la famiglia che carichiamo dei nostri idealismi e dei nostri dover-essere, per ritrovarci sempre di nuovo smarriti nella pretesa (non solo nostra - dei cristiani, ndr - ma di tutto il sistema sociale che prima svaluta la famiglia, poi le chiede onnipresenza e onni-supplenza) di tirarci su tirandoci i capelli da soli".

Vi consiglio un bel regalo di Natale, La famiglia nel giardino delle Scritture, dei coniugi Gilberto Gillini e Mariateresa Zattoni, molto noti in ambito ecclesiale (ma mai abbastanza sponsorizzati in alto, secondo me...). Un regalo per tutti, credenti e non (fidatevi!). Soprattutto, per sacerdoti e religiosi che hanno davvero a cuore le famiglie e il matrimonio.

Una breve ma piacevolissima immersione in un libretto in cui finalmente - unendo, con la lunga esperienza personale e "sul campo" degli autori, scienze sociali e conoscenze bibliche ed esegetiche - si parla di coppia, di famiglia e di matrimonio dal punto di vista giusto: quello di due sposi. Nella pur lunga bibliografia spirituale sui temi "famiglia", "matrimonio" etc non è da poco...

La dignità e la missione del sacramento del matrimonio (ancora poco valorizzate, sia dal Mondo che nella Chiesa); la ricchezza e l'ampiezza della relazione tra due persone; le sfide poste dal rapporto con i figli e con le famiglie d'origine; il ruolo nel mondo e nella quotidianità... Tanti brevi ma puntuali spunti di meditazione e riflessione, in cui i soli maestri in cattedra sono il Maestro, Gesù, (tramite un'esegesi delle Scritture che valorizza il punto di vista di due sposi) e la vita quotidiana della coppia (letta secondo le più "laiche" scienze disponibili, dalla psicologia all'antropologia).

Ragione e fede si incontrano davvero affinché la coppia e la famiglia escano dai propri orti chiusi (il chiuso della casa, della relazione avvitata su stessa, delle relazioni con la famiglia d'origine non ancora liberate dal Vangelo, ma anche l'orto chiuso della "parrocchietta" e di un'idea della fede cristiana e delle Scritture ritagliata a proprio uso e consumo) per tornare a "camminare con Dio" nel giardino della sua Parola.

E come sottolineano gli autori, la Scrittura non è però solo per le famiglie "regolari", le brave famiglie cristiane, che rischiano di trattenerla come preda e assicurazione.

Il giardino che Dio aveva pensato per noi (e con noi) è molto più accogliente dei nostri orticelli.

giovedì 20 novembre 2008

Attrazione fatale

"Senza pericolo possono darsi per intero solo coloro che in assoluto non possono mai darsi affatto per intero, in quanto la ricchezza dei loro animi è in uno stato di permanente sviluppo, così che ad ogni donazione segue una nuova acquisizione".
Mi ha colpito veramente questa affermazione di Georg Simmel, scritta circa cento anni fa.
Ci rifletto e mi sembra saggia.
Quando ci si parla di amore si pensa ad anima gemella, a sintonia ideale, a soddisfazione sessuale, a unità d'intenti...
Mi sembra invece che l'attrazione in una coppia, oggi, si genera e rigenera solo attraverso quest'attrazione fatale solo attraverso questo gioco di differenze incolmabili.

martedì 11 novembre 2008

il delitto perfetto non esiste

Quante volte nella coppia, l'uno o l'altro (in genere, lei, se posso osare), lamentano una "mancanza di complicità"? Quante discussioni e delusioni a causa di questa sensazione?
E che cosa è poi davvero la complicità in una coppia?

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in questo articolo, anzi, all'inizio solo nel titolo di questo articolo. Siccome è un tema abbastanza ricorrente in alcune nostre discussioni, l'ho girato a mia moglie per posta elettronica. Per noi si è rivelato una riflessione interessante.

Una mia nota di carattere generale: credo che uno dei più grandi servizi che ciascuno possa fare a un altro in una relazione - oltre a imparare ad accogliere il suo "mondo" - è quello di aiutarlo a entrare nel proprio, a percepire il proprio mistero come una risorsa e non come una minaccia o un giudizio. Sempre che entrambi lo vogliano davvero, verso una meta comune...
Ovviamente, questo vale ancor più nella vita di coppia.

Insomma, essere "complici" significa sentire sempre e subito lo stesso "friccicore ar core" di fronte a una situazione o a una scelta? Significa che o si è complici o non lo si sarà mai? Domanda aperta.

(foto flickr/aussiegall)